
Può sembrare un’affermazione paradossale, ma non c’è nulla da cui guarire perché la malattia è già la cura, la malattia è la cura della nostra anima.
Quando una persona, di fronte ad un sintomo, dice di voler guarire, bisogna capire se vuole realmente guarire o lasciare tutto com’era prima, se è disposta a cambiare le proprie abitudini di vita, la malattia è il segnale che bisogna cambiare.
Possiamo parlare del corpo fisico come una specie d’involucro che contiene gli organi preposti al mantenimento della vita, sorvolando sull’aspetto anatomico fisiologico, all’interno del corpo esistono sottili e complesse elaborazioni degli stimoli esterni che vanno sotto il nome d’emozioni, sentimenti, sensazioni, pensieri ecc..
Immaginiamo una Città con tutte le sue vie e diramazioni, il Municipio e tutte le altre sedi di servizi, il Municipio è la nostra essenza o anima, che conosce perfettamente il suo compito ed informa di sé tutte le altre sedi, che ne sono il riflesso.
Se le sedi decentrate cominciano a deformarsi o a danneggiarsi, il Municipio deve in qualche modo manifestare che qualcosa non sta andando secondo i piani stabiliti, che l’integrità delle varie parti è minacciata ed alla fine potrebbe portare alla distruzione del sistema.
Il dolore è l’informazione che qualcosa non va, lo stesso dolore che ci fa togliere la mano dal fuoco ci dice che stiamo andando nella direzione sbagliata, o perlomeno che non stiamo realizzando la nostra vita, ma forse quella di qualcun altro.
Che succederebbe alla mano che sta sul fornello acceso se invece di toglierla rapidamente da fuoco prendessimo una pastiglia di qualche sostanza antidolorifica?
Ammesso che funzionasse immediatamente e che la mano rimanesse sul fuoco non sentiremmo più dolore, ma la mano dopo un po’, non esisterebbe più, sarebbe bruciata completamente.
E’ ovvio che questo esempio è paradossale, ma ci serve per comprendere in che modo funziona il sistema Mente/Corpo, il dolore ci informa che qualcosa non và.
Il dolore non riguarda solo il nostro corpo, ma tutto l’ambito relazionale della nostra vita: l’interazione con i genitori, con i parenti, con gli insegnanti, con i media, con l’autorità, con il lavoro, con il marito o la moglie, tutto questo influenza continuamente le nostre scelte.
Quando non voglio vedere un conflitto, questo deve trovare un modo per manifestarsi (il modo è il dolore), il dolore non è una punizione, non è una necessaria condizione dell’esistenza umana, non siamo nati per soffrire né la vita è sofferenza.
Il dolore è un segnale che richiama la nostra attenzione su noi stessi quando ci stiamo dimenticando chi siamo o cosa vogliamo veramente, quando diventiamo ciechi perché non vogliamo vedere, quando diventiamo sordi perché non vogliamo sentire, restiamo paralizzati a letto quando non vogliamo più andare avanti, perdiamo la voce quando abbiamo paura di dire la verità.
La vita dell’adulto è piena di conflitti, compito dell’adulto è sviluppare la capacità di risolvere tali conflitti con amore, integrità e rispetto, per arrivare alla saggezza.
La malattia è il conflitto che non vogliamo vedere, che ci rifiutiamo di accettare, la malattia è la scelta che non vogliamo compiere, è la vita che non vogliamo vivere.
E se non vogliamo vivere la vita, ci ammaliamo. Se continuiamo ad essere quello che gli altri vogliono per noi, ci ammaliamo ancora più gravemente.
Se prendiamo pastiglie per risolvere il conflitto o beviamo o ci droghiamo o ci distraiamo in qualche modo, la malattia diventa ancora più forte e grida con voce sempre più alta per farsi sentire.
Se un giorno un signore in camice bianco mostrando una lastra ci dice che ci rimangono pochi mesi di vita, quello è uno specchio in cui possiamo finalmente vedere, forse, quello che noi ci siamo fatti.
La lastra è una foto che indica chiaramente a che livello di menzogna siamo nei nostri confronti, quanto profondamente abbiamo mentito a noi stessi, quanto siamo stati incapaci di onorare i doni ricevuti, di riconoscere i nostri sentimenti e di esprimerli.
Le persone che guariscono dai tumori sono semplicemente persone che finalmente hanno scelto di vedere, di aprire la mente e il cuore e cominciare a recuperare il tempo perduto.
Come ci si ammala, così si guarisce, il ReiKi ci aiuta a guarire perché semplicemente ci rende consapevoli del significato della malattia.
Possiamo quindi affermare che dal punto di vista spirituale ogni disturbo è d’origine psicosomatica, come potrebbe essere altrimenti? Psiche significa Mente e Soma significa Corpo.
Il processo psicosomatico si mette in atto quando non vogliamo riconoscere consapevolmente l’esistenza di un conflitto in qualsiasi aspetto della nostra vita e conseguentemente non ci prendiamo la responsabilità di risolverlo, allora è il corpo che s’incarica di dirimere la controversia.
La somatizzazione è il trasferimento dell’incarico di risoluzione del conflitto dalla mente, che ha strumenti come logica, fantasia, astrazione, analisi, sintesi, al corpo, che utilizzerà le secrezioni, gli organi di senso, le ghiandole, gli organi interni, i tessuti ecc. per risolvere il problema.
Un esempio palese è che se qualcuno ci sta sullo stomaco, se proprio non possiamo mandarlo giù, se quello che fa o che dice non lo possiamo digerire e non ci prendiamo la briga di dirglielo, sarà il corpo a fare di tutto per digerire il boccone amaro: immettendo sempre maggior quantitativi d’enzimi digestivi.
Ma siccome la situazione pesante non è dentro la pancia ma nella realtà, a lungo andare gli acidi gastrici corroderanno le pareti dello stomaco stesso, e quando ci verrà l’ulcera, potremo scegliere se deciderci finalmente a risolvere da persona matura il conflitto oppure nasconderci dietro una pastiglia di antiacido.
Nel primo caso guariremmo, nel secondo, obbligheremmo l’organismo a continuare a farsi carico di una situazione difficile e con il farmaco indeboliremmo l'azione risolutiva per cui, il corpo aumenterebbe le dosi di enzimi, noi quelle dei farmaci, finché il sintomo da acuto diventerebbe cronico, sindrome e così via.
Con il ReiKi, attraverso i trattamenti o l’attivazione, s’inverte il processo della malattia.
Il corpo è nutrito di nuova energia che libera i blocchi e riporta alla consapevolezza delle cause della sofferenza; é come se s’invertisse il processo psico-somatico.
Si chiama processo di guarigione il continuo e progressivo afflusso d’informazioni, sotto forma di sentimenti, situazioni, ricordi, pensieri che affluiscono dal corpo agli strati superiore della coscienza.
Il ReiKi guarisce in modo naturale, non si occupa di debellare un sintomo o di asportare un organo, ma di rispettare l’interezza dell’individuo ricercando la causa primaria che ha determinato l’insorgere della malattia.
Di solito la causa è nell’infanzia, a volte riguarda una situazione presente o recente, la causa più frequente è la mancanza d’amore e di protezione, nelle patologie più gravi la violenza fisica o psicologica.
Chi vuol guarire deve essere disposto a guardare il film della sua vita e ricercare con onestà e chiarezza tutti i vuoti d’amore e cominciare a riempirli con le proprie mani.
Deve togliere gli scheletri dagli armadi e dargli finalmente sepoltura, deve afferrare per mano quel bambino ferito che è dentro di lui e dargli tutto l’amore e la protezione che non ha ricevuto.
L’adulto deve fare pace con se stesso e gli altri e smettere di colpevolizzarsi o di fare la vittima, smettere di giudicare, di ferire, di odiare se stesso e gli altri, smettere di chiudere la propria vita in un personaggio che fa o dice esattamente ciò che ci si aspetta da lui.
Guarire significa imparare ad amarsi, ad onorarsi ed a rispettarsi, il ReiKi non opera in contrasto con le terapie convenzionali né pretende di sostituirsi a loro.
Sono anzi molti i medici e gli psicologi onesti e coscienziosi che dopo aver praticato loro stessi il ReiKi lo consigliano ai loro pazienti, affinché ne traggono benefici.
Il trattamento di ReiKi riporta in contatto con i propri sentimenti, aumenta la stima e l’amore per se stessi, sostiene le relazioni con i propri familiari, contribuisce a chiarire situazioni difficili e intricanti, aiuta a lasciare andare il passato ed a guardare con maggior fiducia al futuro, a vivere il momento presente al meglio.
L’unica cosa da ricordare sempre è che l'approccio giusto col quale porsi nei confronti del ReiKi è l'umiltà, non possiamo pretendere di guarire perché non siamo guaritori e tanto meno abbiamo il potere sulla vita e sulla morte.
Noi siamo canali, ci offriamo come canali, e poi il ReiKi fa il suo corso; la nostra intenzione è di operare per il più alto bene della persona; può darsi che il massimo beneficio per quella persona sia la guarigione del sintomo, ma può darsi di no; può darsi che ammalarsi sia l'unico modo della persona di esprimere un tipo d’energia che non sa far fluire diversamente; può darsi che la malattia debba insegnare qualcosa d’importante che non può essere appreso altrimenti; può darsi che la persona debba prima arrivare a comprendere la causa del suo disturbo; la malattia ha dei risvolti che noi a volte non capiamo e condividiamo, bisogna solo accettarne gli effetti.
Qualunque sia il risultato non è merito nostro, ma del ReiKi, a volte trattiamo una persona per un raffreddore per dieci trattamenti senza ottenere nessun risultato mentre una polmonite che sparisce al quarto trattamento, alcune persone sono migliorate pur avendo un tumore ed altre non sono riuscite a superare un mal di testa.
Noi siamo solo canali, a me dispiace incontrare qualcuno che si presenta come un santone e garantisce la guarigione, mi dispiace perché secondo me non ha capito la vera natura del ReiKi ed il suo modo di agire.
Conosco una persona che ha trattato “la chemioterapia” per un tumore del padre dichiarato terminale, con l'aiuto del ReiKi il padre usciva di casa, aveva ritrovato una vita quasi normale, qualche tempo dopo è mancato.
Ciò che mi ha più colpito è stata la sua morte serena, si è addormentato spirando dolcemente, mentre di solito questi malati hanno un trapasso angoscioso (ne parlo per esperienza personale vissuta in prima persona).
In questo caso il ReiKi ha alleviato le sue sofferenze fino a permettergli di morire in pace, e penso che non sia cosa di poco conto.
Un altro caso a me molto vicino è stato quello di una persona operata di un tumore invasivo e di conseguenza posta a kemio terapia, la stessa avendo il secondo livello ReiKi, trattava la kemio mentre gli veniva iniettata, ha vissuto tutto il periodo del dopo intervento non avendo gli effetti collaterali della kemio.
Chi opera non può sapere, non può promettere, perché accade solo ciò che è bene per la persona trattata; si può affermare pur autosmentendosi che il ReiKi non è adatto a tutto e non guarisce tutto, ma aiuta tutto e tutti in un modo a noi razionalmente inconcepibile.